Il mattino seguente mi presentai all’appuntamento con gli sconosciuti, e cominciammo le presentazioni.
Gabriele, uno spilungone con la faccia da checca, che quando si presentò con la sua vocina stridula rafforzò le mie convinzioni riguardo le sue attitudini sessuali. Col cavolo che avrei diviso la tenda con lui! Poi c’era Stefano, un biondo parecchio ambiguo, dava l’idea di quelli che amano legare il partner al letto e frustarlo, vestiti da nazista. Gli occhiali che indossava non riuscivano a nascondere il suo aspetto da pervertito, credo non ci sarebbe riuscito neanche con un costume da scolaretta.
Quando cercai di immaginarlo vestito da scolaretta fu anche peggio. Forse era l’amante di Gabriele, forse ero finito in una gita di culi. Avrei fatto meglio ad andare con la quarantenne, magari ne prendevo anche un po’. Lo studiai ancora un attimo, lui continuava a fissarmi con l’espressione distaccata, più che nazista – prigioniero sembrava un rapporto entomologo – insetto. Rabbrividii con discrezione.
L’ultimo elemento si chiamava Alessandro, e non sembrava affatto minaccioso, il classico tipo tranquillo che vedi vomitare birra alle feste paesane. Probabilmente era il passivo dei tre. Bene, avevo trovato il mio compagno di tenda, quello con cui avrei anche potuto dormire su un fianco senza dovermi svegliare all’improvviso con una mano sul culo.
Saliti in macchina mi ci sedetti accanto, sui sedili posteriori, e bastarono un paio di chilometri per farmi rivalutare da capo la dislocazione nelle tende: gli puzzavano i piedi da paura! Un odore che ti prendeva alla gola, roba da far lacrimare gli occhi. Se Stefano era il nazista e Gabriele il prigioniero omosessuale, Alessandro in questo gioco del lager faceva certamente il bidone di gas tossico!
Aprii il finestrino di un dito, cercando di non dare a vedere che soffrivo.
“Minchia Alle! Come ti puzzano i piedi!” strillò Gabriele con la sua vocina da castrato, e spalancò il finestrino, subito imitato da Stefano e da me.
“Vabbè, scusate, ma le calze con questo caldo!”
“Hai mai pensato di farteli ingessare? Magari nella grafite..”
“No, secondo me dovresti farteli tagliare. Pensaci, non è così brutta la vita su una sedia a rotelle, avresti anche lo sconto al cinema.”
“Ma sei sicuro? Perché se è vero me li faccio tagliare io!”
Su questi discorsi impegnati l’allegra comitiva si mise in marcia, e in un paio d’ore raggiungemmo il confine di stato, salutati da un tripudio di sms delle varie compagnie telefoniche, che ci annunciavano che chiamare in Italia ci sarebbe costato come un trapianto di cornea. Poco male, non avrei saputo chi chiamare, in ogni caso. Avevo voglia di sparire, non di prendermi una vacanza, e non mi sarei di certo fatto rintracciare da un cellulare. Un’idea feroce, ma irresistibile mi trapassò il cranio, e scagliai l’apparecchio dal finestrino, fra gli sguardi stupefatti dei miei compagni di viaggio.
“Era un modello superato, lo volevo cambiare!” dissi ridendo.
In quel momento ci si affianca una Polo targata Roma, con una donna seduta al posto del passeggero che si tiene un occhio, la faccia piena di sangue, ci fa segno di accostare.
Ha il mio cellulare in mano, credo di sapere cosa vuole, e credo lo capiscano anche i miei soci. Adesso ho una ragione in più per sparire, acceleriamo, il motore dell’Alfa 147 è più potente, e riusciamo a seminarla.
La tensione si stemperò piano piano, fra le centinaia di caselli di cui è costellata l’autostrada francese, neanche ce li avessero spruzzati sopra, e le imitazioni di Rain Man proposte da Alessandro ogni volta che si addormentava. Quel ragazzo era incredibile, era lì che ti parlava e di colpo plop, piegava la testa su un fianco, spalancava la bocca e cadeva in uno stato letargico. Gli altri mi spiegarono che soffriva di una curiosa forma di narcolessia che lo colpiva solo quando era su un mezzo, auto o treno che fosse. Non era pericoloso, a patto che non guidasse, chiaro.
“Devi vederlo sull’autobus, quando crolla addosso alle vecchiette! È l’incubo del ventisette barrato!”
Poco prima di mezzogiorno trovammo la nostra uscita, Le Muy, e cercammo sui nostri incartamenti la direzione da prendere per i paesi del Verdon. Sarebbe stato molto più semplice con una cartina stradale, ma grazie alla memoria del Ghiro dai Piedi Sudati, che aveva lasciato tutto l’occorrente in camera sua sul comodino, tutto ciò che avevamo erano dei racconti di viaggio di escursionisti più organizzati di noi che Stefano aveva scaricato da internet. Molto liriche, ma in quel momento perfettamente inutili. Riuscimmo a sbagliare strada quattro volte in cinquecento metri, un record che neanche un pullman di ciechi. Spulciando qua e là stabilimmo una specie di percorso che avrebbe dovuto portarci a Draguignan, e da lì al lago di St. Croix, la nostra meta.
Sotto la freccia per Draguignan ce n’era una che indicava Trans, cosa che fece esclamare a Gabriele, sempre col suo falsetto odioso, “Guardate come sono organizzati in questo paese, hanno le indicazioni anche per andare a zoccole!”.
A Draguignan ci imbattemmo in un ufficio del turismo, e ci sembrò una buona idea fermarci a recuperare delle cartine della zona, sempre maledicendo Alessandro e la sua memoria fallace.
“Adesso devi riscattarti” lo minacciò Stefano “Tu sei quello che parla francese meglio di tutti, vai al banco e chiedi indicazioni!”
Anche se toccava a lui prendere contatto con gli autoctoni entrammo tutti, si sa che gli italiani all’estero si spostano in branco; e appena entrati nel locale manifestammo un’altra caratteristica del Nostro Fiero Popolo:
avevo adocchiato una signorina molto carina dietro il banco, e con un balzo felino precedetti Alessandro, ma di strettissima misura, che anche lui in quanto a vista rapace non scherzava, e finimmo per sbattere contro il banco, sotto gli sguardi impietosi di tutti i presenti.
« Bonjour! Nous avons besoin de renseignements sur le Verdon », o qualcosa di simile. In realtà in due non riuscivamo a produrre francese sufficiente per un tema di seconda elementare, ma la ragazza aveva splendidi occhi azzurri, che colmavano le nostre lacune e ci facevano sentire due novelli Verlaine, solo un po’ più allegri e meno culattoni.
Una vecchia che sembrava uscita da un documentario sulle mummie ci apostrofò in perfetto italiano: “Posso esservi d’aiuto?”. “No, no, siamo a posto, grazie!”
Ormoni uno – Praticità zero.
Grazie alle indicazioni di quell’angelo riuscimmo a raggiungere il lago di St.Croix, e girammo i campeggi dei dintorni per trovare quello col miglior rapporto qualità/prezzo/vicinanza al lago/figa. Poi, dato che nessuno aveva i requisiti richiesti, quello col miglior rapporto prezzo/vicinanza al lago/figa, quindi a scalare prezzo/figa, e quando ci rendemmo conto che le belle ragazze alloggiavano tutte in albergo ripiegammo su un modesto camping sulle rive del lago, dalle parti di Salles Sur Verdon.
Oddìo, prima di vedere l’acqua dovevamo traversare una piana assolata con due rami secchi piantati in terra che il proprietario dello stabilimento chiamava “il boschetto”, quindi una strada a tre corsie perennemente affollata di automobili, camion, biciclette, tutti uniti dalla caratteristica di tirare su un casino di polvere e fare un sacco di rumore, e infine una giungla nera, ritrovo di tutti i maniaci del sud della Francia.
Era il momento di montare la tenda, dividere il gruppo in due, e scegliermi un compagno per la notte che non cercasse di attentare alla mia intimità posteriore. Quest’ultimo timore era andato affievolendosi, conoscendo i ragazzi non li facevo più dei pervertiti, un po’ deragliati e stronzi si, ma secondo natura. Lasciai che a decidere fosse il caso, e mi trovai in tenda con Stefano.
Gabriele e Alessandro montarono in un attimo un prodigio, perfetta sotto ogni aspetto, angoli squadrati, verandina tesa come il panno verde del biliardo, doppi servizi, mansarda, dava un’impressione di solidità addirittura fastidiosa.
La nostra era più.. non so se squallida renda l’idea. La tenda di Stefano era piccola, storta, i picchetti non c’erano o se c’erano avrebbero fatto più bella figura a non esserci, per quanto erano malconci. La copertura esterna era soltanto appoggiata, e donava a tutta la struttura una precarietà che ricordava le favelas brasiliane. Completava il tutto la scelta tattica del posto, sopra una grossa radice, contro un rubinetto, dove ogni dieci minuti qualcuno veniva a lavare pentole, vestiti, bambini e cani.
Avremmo stonato anche in mezzo a Ground Zero, ma vicino alla tenda di Gabriele eravamo proprio la vergogna del campeggio. Non mi sarei certo lamentato, sono sempre stato uno che si adatta, e attualmente quella tenda era tutto ciò che potevo chiamare casa, lì come altrove. Proposi ai miei compagni di celebrare l’arrivo con un salto al lago, la spiaggia era proprio al di là della strada.
Non mi sentirono, la strada era proprio al di là della tenda, e con quel viavai di macchine non potevi neanche sentirti pensare, e ad aprire troppo la bocca te la ritrovavi piena di terra.