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mercoledì, 09 marzo 2005

Fegato di merluzzo avanti tutta






Anche se non l'ho ancora detto a nessuno io continuo ad aggiornare la saga infinita di Fegato di Merluzzo, ignorando bellamente le altre storie, ma è solo perché voglio riportare la saga che puzza di pesce alla pari con la newsletter, dopodiché potrò ricominciare a raccontare le altre storie, senza indugi.


Per adesso buon divertimento, e ricordate che i commenti sono sempre graditi!





autoconclusivi




fegato di merluzzo




spassky




guglielma macachi




verdon




 




 







 


postato da: spassky alle ore 19:43 | link | commenti (10)
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verdon 1

Partire. Mollare tutto e via, ultimamente il pensiero mi aveva girato per la testa a lungo, ma solo come una sensazione lieve, un rumore di fondo costante, al quale dopo un po’ non fai più caso. E così era stato, avevo finito per abituarmi a considerarlo un passatempo, mi ci baloccavo durante le giornate, mentre mi dibattevo fra i ritmi ossessivi del lavoro in ufficio e il caos della città intorno. Come l’uscita di sicurezza nei grandi magazzini, sai che c’è, la vedi tutti i giorni, e anche se nessuno la userà mai ti dà sollievo. È ben per quello che si chiama “di sicurezza”.
Io ogni tanto buttavo un occhio su questa via di fuga dalla realtà, quando la realtà diventava troppo pesante da sopportare. Dentro me sapevo che non sarei mai uscito di lì, la porta principale non ha allarmi che suonano, ma se un giorno avessi dovuto servirmene sapevo dov’era, e come si apriva: erano anni che ne studiavo la serratura.
 
Ci avevo fatto l’abitudine a quella vita, anche se non la sentivo mia, facevo finta di niente, ma non me l’ero scordato che ciò che volevo era qualcos’altro, che non aveva niente a che vedere con quella vita da prigioniero del consumismo. Non li avevo scordati lo studente che occupava l’istituto, il militare che si era fatto un mese di più per non essersi assoggettato alle regole della caserma, l’indisciplinato, l’anticonformista a tutti i costi, le avevo sempre rifiutate le loro regole, imposte da una società in cui non mi riconoscevo. E adesso cos’era accaduto? Come mi ero trasformato in quel personaggio finto, che vive fra l’ufficio e il monolocale, quella specie di Dilbert che abbassa la testa di fronte alle comodità di uno stipendio fisso? Mi ero messo il guinzaglio da solo, e seppure fingessi di non esserne responsabile, che mi piacesse addirittura, stavo tradendo un ideale, e sotto sotto ci stavo male. Avevo un sogno ricorrente: ero morto, in attesa di che si scegliesse la mia meta eterna, e mi trovavo a essere giudicato da un tribunale di fricchettoni, in zaino e treccine, e capivo che la sentenza sarebbe stata severa.
 
La sera che mi svuotarono l’appartamento fu proprio al culmine di un periodo nero. La ragazza che frequentavo mi aveva piantato dopo aver scoperto che ci provavo con un’altra, quella con cui ci provavo mi voleva solo come amico e ancora meglio come amico che non la cercasse mai, al lavoro andavo sempre più malvolentieri, e i risultati si vedevano, tanto che il direttore in persona mi aveva ripreso più di una volta.
Mi resi conto che qualcosa non andava già dalle scale, al posto della mia porta d’ingresso c’era un grosso occhio nero rettangolare. Non era così quando me n’ero andato, la mattina.
Dentro era un macello, tutti i cassetti aperti, ogni oggetto di valore, seppur modesto, era stato portato via, la televisione, lo stereo, l’intera collezione di compact disc e film, il microonde, il frigo. Ma come accidenti avevano fatto a portarsi via il frigo? Il divano e le poltrone, ma com’erano venuti, col furgone dei traslochi?
In quel momento entrò la vicina cicciona, credo si chiamasse Loprevite, Lopresbite, per me è sempre stata la Vicina Cicciona che incontravo sulle scale, quella che non si faceva mai i fatti suoi:
“Signor Pablo, ha ricevuto una lettera da sua madre!”, mi frugava nella cassetta della posta, “Signor Pablo, ho detto alla sua ragazza che è andato da quella signorina con l’accento lombardo”, raccontava di me alle persone sbagliate, “Signor Pablo, sono venuti gli operai dei traslochi, ma siccome non avevano le chiavi hanno dovuto smontare la porta”, ma la cosa peggiore, era completamente cretina!
 
Ero seduto per terra, a guardare l’angolo vuoto dove una volta stava il mio televisore, e a constatare come vi fosse pochissima differenza fra una televisione accesa e uno spazio vuoto e polveroso, quando il vecchio desiderio ritornò a trovarmi, ma questa volta non fu il passatempo ozioso dei pomeriggi di lavoro, mi investì la voglia di fuggire con una violenza che mi fece sudare lungo la spina dorsale. Ebbi un fremito, il pensiero delle responsabilità che istintivamente le ponevo davanti si sbriciolava senza opporre la minima resistenza, mi appariva sempre più chiaro come in poche ore queste si fossero ridotte all’osso: non avevo una ragazza, il lavoro era in crisi, cosa mi legava ancora a quella città (a quella vita, mi chiesi con terrore)?
Non è che decisi, non potrei parlare di una decisione, presupporrebbe che mi fossi messo a pensare alla cosa, ma non fu così. Ero seduto per terra con la faccia spenta, e il momento dopo stavo buttando in una valigia, troppo brutta e vecchia perché potesse interessare i ladri, quelle poche cose rimaste che ancora rappresentassero una qualche utilità. I vestiti c’erano quasi tutti, tranne i completi, gli unici capi di un certo pregio, che non avrei comunque portato, li indossavo solo sul lavoro. Presi qualche maglietta, i jeans, raccolsi tutte le cose più comode e meno eleganti, vecchi maglioni, scarpe da tennis, un berretto di lana, la sciarpa, un giubbotto leggero e un giaccone invernale, non avevo la minima idea sulla destinazione del mio viaggio, l’importante era sparire.
 
Non mi presi neanche la briga di telefonare al lavoro per giustificare la mia assenza, né di fare una denuncia di furto. Salutai la vicina, ma solo perché mi si era intrufolata in casa per scoprire cosa fosse successo. Alla fine l’aveva capito anche lei..
“Ma ci sono stati i ladri?”
“No, signora, trasloco, vado a vivere all’estero.”
“Oh”, le sarebbero occorse altre due ore per cancellare l’ultimo pensiero che aveva avuto e tornare all’idea del principio, quella dell’impresa di traslochi.
“Ecco, se mi cerca qualcuno dica che possono trovarmi qui”, le misi in mano un biglietto che avevo trovato sul fondo della valigia, un ingresso a un museo in Finlandia, “Arrivederci”.
Non sarei andato in Finlandia. Non avevo una vera idea di quale sarebbe stata la mia meta, ma certo in Finlandia faceva freddo, e di freddo ne avevo abbastanza a casa mia, da ottobre a maggio, quando il sole è una cosa di cui hai sentito parlare. No, niente climi rigidi per Pablo, grazie.
Avevo sentito parlare di un’agenzia che ti organizza il viaggio in compagnia di altri, che come te hanno deciso di partire nello stesso giorno, mi ci recai per vedere chi stava scappando da una casa svaligiata e da una vita depredata. Non credevo che avrei trovato altri casi analoghi, ma magari saltava fuori qualche idea interessante.
La signorina col naso a punta e il sorriso accattivante mi presentò due opportunità per l’indomani:
 
-         una single quarantenne in partenza per Zanzibar, due settimane in hotel tre stelle;
-         tre ragazzi nel Verdon, campeggio da stabilire, programma incerto quattro giorni, poi Paesi Baschi.
 
“Niente per oggi? Neanche se mi sbrigo? Guardi, ho già la valigia in mano.”
La ragazza allargò le braccia, “se mi invita posso proporle un cinema sotto casa mia”.
Non mi sarebbe dispiaciuto, in un altro momento, ma volevo scappare da ogni possibile responsabilità, la presi per una battuta.
Ochei, sarei partito l’indomani coi tre ragazzi, mi sembrava che rispondessero abbastanza alle mie scarse esigenze organizzative.

postato da: spassky alle ore 19:52 | link | commenti (3)
categorie: verdon
venerdì, 11 marzo 2005

Fegato di merluzzo 1

una saga di pescatori così tragica che vi farà sembrare I Malavoglia un libro comico
 
Questa storia avrei voluto farla cominciare a Ronco Scrivia, che è più comodo, ce l’ho vicino a casa, ma a Ronco Scrivia non c’è il mare.
A Genova c’è il mare, ed è comodo lo stesso, mezz’ora e sei in centro, ma non è abbastanza tragica.
Cioè, se uno abita a Molassana è tragica anche Genova, ma a Molassana non c’è il mare.
Non c’è un cazzo a Molassana, ma questo è un altro discorso.
 
Ho deciso di cominciare questa storia a Santo Vito, piccolo comune vista mare in provincia di Fiondola, e precisamente in casa di Antonino Favazza, pescatore, nel preciso momento in cui sua moglie, la signora Ursula Ardédd, d’origine austriaca, lo interruppe nel bel mezzo della pagina sportiva del Corriere di Fiondola.
 
“Antonino, defo dirti una kosa”. Parlava così la signora Ursula, trent’anni di residenza in Italia non le avevano tolto l’accento salisburghese.
“Spero sia importante”, replicò Antonino.
“Aspetto un pampino”, disse Ursula con voce calma.
 
Antonino Favazza smise di leggere. Smise anche di respirare, fece un salto all’indietro e si ritrovò disteso sul pavimento, ancora seduto e col giornale aperto in mano. Era nella stessa posizione di prima, solo orizzontale, e guardava la moglie con gli occhi spalancati e la facciona tutta rossa.
 
“Come un bambino??”, esclamò quando fu di nuovo più o meno verticale, diciamo mezzo e mezzo, la schienata sul pavimento gli aveva reso difficile una postura eretta. “Chi? Quando? Com’è possibile? Non abbiamo un..”, avrebbe voluto dire rapporto, come dicevano in televisione in quelle trasmissioni che guardava la moglie, ma gli sembrò un termine troppo intellettuale, non adatto a un rozzo pescatore come lui.
“L’ultima volta che l’abbiamo fatto è stato a Natale di due anni fa perché avevi bruciato la torta e non sapevi cosa regalarmi! Com’è possibile? Di chi è?”
“Ti mia sorella”, rispose Ursula, gettando il marito nella confusione più totale.
 
“E adesso che c’entra tua sorella?”
“Il pampino ti mia sorella ferrà qui a trascorrere le fakantze estife. Lo sto aspettanto”
“Ah, va bene, avevo capito un’altra cosa”, disse Antonino più tranquillo, rimettendosi seduto come i cristiani, ma non passò che una manciata di secondi, ed eccolo proiettarsi un’altra volta sul pavimento, sempre fisso nella posizione di prima. Stavolta non si rialzò neppure, seduto sulla sedia col giornale aperto, disteso sul pavimento, guardò negli occhi la moglie e le chiese:
“Il bambino di tua sorella è quello col nome impossibile?”
“Ja, è lui”
“Poveri noi!”, esclamò Antonino mettendosi una mano sulla testa.
Facendo ciò dovette lasciare il giornale, che gli cadde sulla faccia a nascondere la sua espressione disperata.
 

 Perché Antonino Favazza ha avuto una reazione così inurbana?
Chi è in realtà il nipote di Ursula?
Quanto fa centodiciassette per ottantasei?
 

 

Lo sapremo nella prossima puntata di..
 

 

Fegato di Merluzzo!!

postato da: spassky alle ore 16:27 | link | commenti (2)
categorie: fegato di merluzzo
domenica, 13 marzo 2005

Spassky 1

Provate ad immaginare un mondo a scacchi...Non ci riuscite? Chiudetevi in garage con la mac­china accesa e respirate a fondo, lo vedete ora? Un'enorme scacchiera in cui ad ogni quadrato cor­ri­sponda una regione, dotata di un suo clima, di un suo popolo e una sua fisionomia.
Immaginate che le caratteristiche di ogni regione siano in contrasto con quelle della regione confi­nante, proprio come negli scacchi, cosicché possiate trovare un quadrato di ghiaccio abitato da eschimesi confinante con un deserto, o con una palude, o una foresta, o magari tua sorella.
Riuscite ad immaginarlo? Bene, allora state immaginando
 
SPASSKY
 
La nostra storia comincia nel Quadrato Cinese.
Qui il tempo si è fermato al Medioevo, il territorio è perlopiù pianeggiante, perlopiù paludoso, coltivato perlopiù a risaie dai contadini dei tre paesi del Quadrato: Big-Jin, Blu-Jin e Gordon's Jin. Un posto dei perlopiù brutti!
A capo del territorio vi è lo Shogun, il cui nome è Spikke Span Chan, che in cinese Mandarino significa "Era meglio se fossimo andati al cine", e che vive in un sontuoso castello d'avorio in cima alla collina più alta. Inutile aggiungere che il Quadrato Cinese è il meno visitato dalle comitive di elefanti.
Chung Hai è un contadino di Blu-Jin, un omino insignificante, piccoletto, con pochi capelli e la pelle color canarino malato, è sposato con Li Po Somo e ha una figlia, Yo Mo, la ragazza più bella del paese, invidiata da tutte le sue coetanee, se ce ne fossero altre. Yo Mo è l'unica ra­gazza di Blu-Jin ed è corteggiata dall’intero paese, dai giovanotti con le mani callose per il duro lavoro nei campi ai vecchietti con le mani callose e la schiena storta, per lo stesso motivo. Come si può immaginare, a suo padre non va tanto a genio che sia sempre circondata da una folla sbavante, anche perché lasciano davanti a casa una scia appiccicosa che è difficile da pulire, così non la lascia uscire, però Yo Mo è felice. Si, perché vive in una famiglia felice che vive una vita felice. Anche papà è felice. La mattina esce all'alba e va nei campi a coltivare il riso fino a sera, quando torna a casa con la schiena a pezzi. Una volta al mese i soldati dello Shogun gli portano via quasi tutto il rac­colto, lasciandogli il minimo per sfamare la famiglia, e lui li ringrazia per quel pugno di riso che gli resta fra le mani, ne è felice, mangia riso tutto l'anno, se lo ritroverebbe perfino nel letto se ne avesse uno, ma è felice. Probabilmente è anche un semideficiente.
Una mattina un gruppo di guardie imperiali si presentò alla sua porta.
 
- Cosa desiderano da me le onorevoli guardie? - chiese Chung Hai con la tipica cortesia cinese, fatta di inchini e sorrisi.
Una guardia molto grossa gli sferrò un calcio in faccia.
- Vogliamo tua figlia! Daccela o ti violentiamo la moglie, poi l'ammazziamo e la diamo in pasto ai cani! Scegli!
Visto che il contadino non sapeva decidere si presero la figlia e se ne andarono a cavallo verso la col­lina, lasciandolo seduto a terra, molto contrariato.
- Dov'è finita l'antica cortesia cinese?- borbottò.
 
Accorse la moglie, un donnone sui cinquanta con un sedere enorme che la faceva rassomigliare ad una teiera, che quando capì che i soldati avevano preferito portarsi via la figlia piuttosto che violen­tare lei, si fece venire una crisi isterica e iniziò a schiumare dalla bocca.
 
- E ora che cosa faccia­moo? La nostra bambinaa! Aaah!-
Chung Hai le mollò un cazzottone in bocca e quando riprese conoscenza le disse con voce calma:
 - Vado a cercare il mio amico Mon Chi Chi, lui ha una radio molto potente .
- E ti pare il momento di mettersi a sentire le partiteeeh!- strillò Li Po.
 
Per poterle spiegare tutto, Chung fu costretto a colpirla con una tazza del servizio buono. Non quello che avevano vinto ai Fatti Vostri, l'altro.
 
- Devo riuscire a mettermi in contatto con l'unica persona in grado di aiutarci. L'uomo che ha votato la sua esistenza in aiuto ai poveri, ai derelitti e ai bisognosi. L'unico che non ha paura del mondo e che varca i confini di ogni quadrato senza timore!
La donna lo guardò dubbiosa e disse: "Pensi davvero che il Papa possa esserci utile?"
Il signor Hai tentò di ricordare almeno uno dei motivi che lo avevano spinto a sposarla.
 
-         Sto parlando di...
 
In sottofondo parte una musica patriottica, di quelle che quando le senti ti viene voglia di alzarti e portarti una mano sul cuore e piangere di commozione, e intanto quello di fianco ti frega il posto perché siete sull’autobus e c’è pieno di gente.
 
-         Mario il cavaliere solitario!

postato da: spassky alle ore 19:56 | link | commenti (1)
categorie: spassky
mercoledì, 16 marzo 2005

verdon 2

Il mattino seguente mi presentai all’appuntamento con gli sconosciuti, e cominciammo le presentazioni.
Gabriele, uno spilungone con la faccia da checca, che quando si presentò con la sua vocina stridula rafforzò le mie convinzioni riguardo le sue attitudini sessuali. Col cavolo che avrei diviso la tenda con lui! Poi c’era Stefano, un biondo parecchio ambiguo, dava l’idea di quelli che amano legare il partner al letto e frustarlo, vestiti da nazista. Gli occhiali che indossava non riuscivano a nascondere il suo aspetto da pervertito, credo non ci sarebbe riuscito neanche con un costume da scolaretta.
Quando cercai di immaginarlo vestito da scolaretta fu anche peggio. Forse era l’amante di Gabriele, forse ero finito in una gita di culi. Avrei fatto meglio ad andare con la quarantenne, magari ne prendevo anche un po’. Lo studiai ancora un attimo, lui continuava a fissarmi con l’espressione distaccata, più che nazista – prigioniero sembrava un rapporto entomologo – insetto. Rabbrividii con discrezione.
 
L’ultimo elemento si chiamava Alessandro, e non sembrava affatto minaccioso, il classico tipo tranquillo che vedi vomitare birra alle feste paesane. Probabilmente era il passivo dei tre. Bene, avevo trovato il mio compagno di tenda, quello con cui avrei anche potuto dormire su un fianco senza dovermi svegliare all’improvviso con una mano sul culo.
Saliti in macchina mi ci sedetti accanto, sui sedili posteriori, e bastarono un paio di chilometri per farmi rivalutare da capo la dislocazione nelle tende: gli puzzavano i piedi da paura! Un odore che ti prendeva alla gola, roba da far lacrimare gli occhi. Se Stefano era il nazista e Gabriele il prigioniero omosessuale, Alessandro in questo gioco del lager faceva certamente il bidone di gas tossico!
Aprii il finestrino di un dito, cercando di non dare a vedere che soffrivo.
 
“Minchia Alle! Come ti puzzano i piedi!” strillò Gabriele con la sua vocina da castrato, e spalancò il finestrino, subito imitato da Stefano e da me.
“Vabbè, scusate, ma le calze con questo caldo!”
“Hai mai pensato di farteli ingessare? Magari nella grafite..”
“No, secondo me dovresti farteli tagliare. Pensaci, non è così brutta la vita su una sedia a rotelle, avresti anche lo sconto al cinema.”
“Ma sei sicuro? Perché se è vero me li faccio tagliare io!”
 
Su questi discorsi impegnati l’allegra comitiva si mise in marcia, e in un paio d’ore raggiungemmo il confine di stato, salutati da un tripudio di sms delle varie compagnie telefoniche, che ci annunciavano che chiamare in Italia ci sarebbe costato come un trapianto di cornea. Poco male, non avrei saputo chi chiamare, in ogni caso. Avevo voglia di sparire, non di prendermi una vacanza, e non mi sarei di certo fatto rintracciare da un cellulare. Un’idea feroce, ma irresistibile mi trapassò il cranio, e scagliai l’apparecchio dal finestrino, fra gli sguardi stupefatti dei miei compagni di viaggio.
 
“Era un modello superato, lo volevo cambiare!” dissi ridendo.
 
In quel momento ci si affianca una Polo targata Roma, con una donna seduta al posto del passeggero che si tiene un occhio, la faccia piena di sangue, ci fa segno di accostare.
Ha il mio cellulare in mano, credo di sapere cosa vuole, e credo lo capiscano anche i miei soci. Adesso ho una ragione in più per sparire, acceleriamo, il motore dell’Alfa 147 è più potente, e riusciamo a seminarla.
 
La tensione si stemperò piano piano, fra le centinaia di caselli di cui è costellata l’autostrada francese, neanche ce li avessero spruzzati sopra, e le imitazioni di Rain Man proposte da Alessandro ogni volta che si addormentava. Quel ragazzo era incredibile, era lì che ti parlava e di colpo plop, piegava la testa su un fianco, spalancava la bocca e cadeva in uno stato letargico. Gli altri mi spiegarono che soffriva di una curiosa forma di narcolessia che lo colpiva solo quando era su un mezzo, auto o treno che fosse. Non era pericoloso, a patto che non guidasse, chiaro.
 
“Devi vederlo sull’autobus, quando crolla addosso alle vecchiette! È l’incubo del ventisette barrato!”
 
Poco prima di mezzogiorno trovammo la nostra uscita, Le Muy, e cercammo sui nostri incartamenti la direzione da prendere per i paesi del Verdon. Sarebbe stato molto più semplice con una cartina stradale, ma grazie alla memoria del Ghiro dai Piedi Sudati, che aveva lasciato tutto l’occorrente in camera sua sul comodino, tutto ciò che avevamo erano dei racconti di viaggio di escursionisti più organizzati di noi che Stefano aveva scaricato da internet. Molto liriche, ma in quel momento perfettamente inutili. Riuscimmo a sbagliare strada quattro volte in cinquecento metri, un record che neanche un pullman di ciechi. Spulciando qua e là stabilimmo una specie di percorso che avrebbe dovuto portarci a Draguignan, e da lì al lago di St. Croix, la nostra meta.
Sotto la freccia per Draguignan ce n’era una che indicava Trans, cosa che fece esclamare a Gabriele, sempre col suo falsetto odioso, “Guardate come sono organizzati in questo paese, hanno le indicazioni anche per andare a zoccole!”.
 
A Draguignan ci imbattemmo in un ufficio del turismo, e ci sembrò una buona idea fermarci a recuperare delle cartine della zona, sempre maledicendo Alessandro e la sua memoria fallace.
 
“Adesso devi riscattarti” lo minacciò Stefano “Tu sei quello che parla francese meglio di tutti, vai al banco e chiedi indicazioni!”
 
Anche se toccava a lui prendere contatto con gli autoctoni entrammo tutti, si sa che gli italiani all’estero si spostano in branco; e appena entrati nel locale manifestammo un’altra caratteristica del Nostro Fiero Popolo:
avevo adocchiato una signorina molto carina dietro il banco, e con un balzo felino precedetti Alessandro, ma di strettissima misura, che anche lui in quanto a vista rapace non scherzava, e finimmo per sbattere contro il banco, sotto gli sguardi impietosi di tutti i presenti.
« Bonjour! Nous avons besoin de renseignements sur le Verdon », o qualcosa di simile. In realtà in due non riuscivamo a produrre francese sufficiente per un tema di seconda elementare, ma la ragazza aveva splendidi occhi azzurri, che colmavano le nostre lacune e ci facevano sentire due novelli Verlaine, solo un po’ più allegri e meno culattoni.
Una vecchia che sembrava uscita da un documentario sulle mummie ci apostrofò in perfetto italiano: “Posso esservi d’aiuto?”. “No, no, siamo a posto, grazie!”
Ormoni uno – Praticità zero.
 
Grazie alle indicazioni di quell’angelo riuscimmo a raggiungere il lago di St.Croix, e girammo i campeggi dei dintorni per trovare quello col miglior rapporto qualità/prezzo/vicinanza al lago/figa. Poi, dato che nessuno aveva i requisiti richiesti, quello col miglior rapporto prezzo/vicinanza al lago/figa, quindi a scalare prezzo/figa, e quando ci rendemmo conto che le belle ragazze alloggiavano tutte in albergo ripiegammo su un modesto camping sulle rive del lago, dalle parti di Salles Sur Verdon.
Oddìo, prima di vedere l’acqua dovevamo traversare una piana assolata con due rami secchi piantati in terra che il proprietario dello stabilimento chiamava “il boschetto”, quindi una strada a tre corsie perennemente affollata di automobili, camion, biciclette, tutti uniti dalla caratteristica di tirare su un casino di polvere e fare un sacco di rumore, e infine una giungla nera, ritrovo di tutti i maniaci del sud della Francia.
 
Era il momento di montare la tenda, dividere il gruppo in due, e scegliermi un compagno per la notte che non cercasse di attentare alla mia intimità posteriore. Quest’ultimo timore era andato affievolendosi, conoscendo i ragazzi non li facevo più dei pervertiti, un po’ deragliati e stronzi si, ma secondo natura. Lasciai che a decidere fosse il caso, e mi trovai in tenda con Stefano.
Gabriele e Alessandro montarono in un attimo un prodigio, perfetta sotto ogni aspetto, angoli squadrati, verandina tesa come il panno verde del biliardo, doppi servizi, mansarda, dava un’impressione di solidità addirittura fastidiosa.
 
La nostra era più.. non so se squallida renda l’idea. La tenda di Stefano era piccola, storta, i picchetti non c’erano o se c’erano avrebbero fatto più bella figura a non esserci, per quanto erano malconci. La copertura esterna era soltanto appoggiata, e donava a tutta la struttura una precarietà che ricordava le favelas brasiliane. Completava il tutto la scelta tattica del posto, sopra una grossa radice, contro un rubinetto, dove ogni dieci minuti qualcuno veniva a lavare pentole, vestiti, bambini e cani.
Avremmo stonato anche in mezzo a Ground Zero, ma vicino alla tenda di Gabriele eravamo proprio la vergogna del campeggio. Non mi sarei certo lamentato, sono sempre stato uno che si adatta, e attualmente quella tenda era tutto ciò che potevo chiamare casa, lì come altrove. Proposi ai miei compagni di celebrare l’arrivo con un salto al lago, la spiaggia era proprio al di là della strada.
Non mi sentirono, la strada era proprio al di là della tenda, e con quel viavai di macchine non potevi neanche sentirti pensare, e ad aprire troppo la bocca te la ritrovavi piena di terra.

postato da: spassky alle ore 21:40 | link | commenti (1)
categorie: verdon
lunedì, 21 marzo 2005

Ho scritto t'amo sulla sabbia

Ho scritto t’amo sulla sabbia, ma il mare a poco a poco se l’è portato via. L’ho riscritto più in là, ma c’era il mare grosso e si è cancellato di nuovo. Ho fatto un muretto di sabbia e poi ci ho scritto dietro t’amo, ma non è bastato.
Ho preso tre o quattro sdraio e le ho piantate sulla sabbia, ci ho scavato un fossato davanti, ci ho aggiunto una barriera di ombrelloni e dei secchielli rubati scaltramente a dei bambini, e dietro a tutto ‘sto fortino ci ho scritto t’amo. E’ arrivato un cavallone con annesso pseudo surfista mezzo annegato e si sono trascinati via tutto. L’intrepido atleta, peraltro, si è anche fatto male sbattendo la faccia contro una sdraio.
Ho affittato una ruspa e ho scavato una trincea tutto intorno a dove avevo scritto t’amo, seppellendo nella foga anche una signora rugosa che prendeva il sole in topless, ma non ho tenuto conto dell’alta marea, e mi sono trovato sommerso fino alla cabina. Calato il flusso ho cominciato ad impastare il cemento per fare una torre con una vasca piena di sabbia sulla sommità, e magari anche con un bel tetto in tegole francesi, così da poter fare spallucce anche se si fosse messo a piovere, ma proprio mentre mi preparavo a fare la prima gettata è arrivato il bagnino e mi ha cacciato dalla spiaggia.
Gli ho detto che certe discriminazioni non mi piacciono, e che se cacciava me doveva mandare via anche quel bambino là in fondo, che stava scavando quella buca, ma non ha voluto sentire ragioni, ha detto che “da che mondo è mondo non si è mai visto un bagnino che cacci dalla spiaggia un pargolo che sta scavando una buchetta”.
A parte che l’unico bagnino che parla forbito me lo sono trovato io, che di solito i bagnini sono tutti fasci di muscoli arrostiti dal sole che comunicano a monosillabi e grugniti e ci provano con tutte le ragazze della spiaggia, comprese quelle così brutte che sembra che l’abbia investite il pedalò, ma volevo fare notare che dentro la “buchetta” ci sono già finiti in tre più un cane, e non ne è ancora uscito nessuno.
Il David Hasseloff locale mi ha spiegato che quel pupetto poteva fare tutti i cavolacci di buchi che voleva, perché era il figlio del proprietario dello stabilimento, quindi mi ha preso a calci fino in strada.
Ho scritto t’amo sull’asfalto davanti ai bagni Marialuisa, utilizzando vetri e puntine arrugginite.

postato da: spassky alle ore 17:03 | link | commenti
categorie: autoconclusivi
domenica, 27 marzo 2005

Fegato di merluzzo 2

 un racconto così intricato che a confronto gli X Men sono la storia di uno che passa le giornate a dormire
 
 
 


Riassunto della puntata precedente
 
Antonino Favazza cade dalla sedia in modo eccentrico, e una terribile tragedia si profila all’orizzonte.
 

Seconda puntata
 
Per comprendere le ragioni che portarono Antonino Favazza a cadere dalla sedia occorre tornare indietro nel tempo, con uno di quegli effetti televisivi che vedi dopo che la telecamera si è fermata su un primo piano del protagonista, poi si appanna tutto e capisci che quello che vedrai dopo è successo tanto tempo prima, quando Antonino era solo un bimbo inesperto e timoroso, che si affacciava alla finestra della Marisa per vedere cosa succedeva dentro.
 
I suoi amici gli avevano raccontato che lì dentro si sentivano degli urli spaventosi, gente che faceva versi, perché in realtà la Marisa era una strega. Era per quello che in paese, a Santo Vito, tutti la evitavano, soprattutto le donne, per la strada, si giravano dall’altra parte, non la salutavano, gli uomini sembrava che avessero paura di incrociare lo sguardo, si guardavano i piedi, si vede che avevano paura di essere trasformati in maiali. Quello gliel’aveva raccontato Carletto, seduti sul molo un pomeriggio d’estate, aveva sentito dire da sua mamma che gli uomini che finivano sotto le grinfie della Marisa diventavano tutti dei maiali.
 
Come si faceva a stare tranquilli se c’era una strega che abitava in paese? Soprattutto loro bambini, che quando la incontravano per strada non sapevano se avere paura e correre via dai suoi sorrisi un po’ beffardi, supposto che a quell’età avessero saputo il significato di beffardi, e anche di supposto, che lui credeva fosse una medicina da prendere con le braghe calate, ve l’ho detto che Antonino è sempre stato un uomo rozzo e ignorante, oppure fidarsi, che di solito la Marisa a loro regalava sempre le caramelle di liquirizia, quelle piccoline che lasciavano la lingua nera, che poi le hanno vietate perché hanno scoperto che erano tossiche e facevano marcire i polmoni.
 
Chiedere ai grandi non si poteva mica, i grandi certe cose non le dicono, che non son cose da bambini, ti dicono, e allora ti devi arrangiare da solo, e Antonino e Carletto si erano arrangiati da soli, si erano nascosti dietro il muro e avevano tirato a sorte su chi si sarebbe spinto fin sotto la finestra della Marisa a vedere se dentro era come l’antro della strega di Pollicino che avevano visto nel sussidiario, in quell’illustrazione dove si vedeva la strega che armeggiava intorno a un pentolone da cui usciva del fumo verde, e tutto intorno gli scaffali erano pieni di ragnatele e bottigliette polverose, e candele con tutta la cera colata.
 
Antonino era strisciato fin sotto il davanzale della Marisa, maledicendo fra i denti il gran culo di Carletto, che a quello lì sempre bene, anche a figurine non c’è verso che perda, come accidenti fa, secondo me bara.
Si era tirato su sotto lo sguardo vigile dell’amico accovacciato dietro il muretto, che gli si vedeva solo metà testa, ma si capiva che era lui, non c’erano altri bambini rossi in paese.
Si sentiva un ansimare strano, come di un animale in difficoltà.
 
Ne aveva sentito uno simile una volta che suo nonno aveva fatto la posta tutta la notte ai cinghiali che gli andavano nell’orto, e quando aveva sentito dei rumori aveva sparato due schioppettate forti, e Antonino era corso fuori casa a vedere. Nell’oscurità ai margini della recinzione si vedeva una sagoma scura che emetteva un soffio simile a quello che sentiva lui adesso.
Il nonno era andato a vedere e si era messo a bestemmiare, gli aveva gridato di tornare a casa.
Evidentemente i cinghiali feriti sono pericolosi, aveva pensato Antonino. Della bestia non si era mai più saputo niente, pareva che fosse stata seppellita nel bosco, e nessuno in casa parlò più dell’accaduto. Era stato un episodio curioso, tanto che a distanza di anni ancora se ne ricordava con precisione, avrebbe saputo dire anche il giorno esatto in cui avvenne, anche perché il giorno dopo giunse in paese la notizia che era sparito Tonio, un perdigiorno che viveva in paese e si arrangiava con lavoretti e furtarelli.
 
Ad Antonino venne la pelle d’oca, la strega era in casa, e stava compiendo qualche maleficio!
Ebbe l’impulso di voltarsi e correre via, ma lo trattenne lo sguardo severo di Carletto dietro il muretto, che gli faceva segno di arrampicarsi e guardare dentro.
Scacciò la paura dalla testa, e si sporse oltre il davanzale.

 

Cosa vide il giovane Antonino attraverso la finestra?

La Marisa era davvero una strega?

Perché non hanno risposto alle mie domande della settimana scorsa?

Ma io allora cosa ci sto a fare?

 

Lo sapremo nella prossima puntata di..

 

Fegato di Merluzzo!!


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categorie: fegato di merluzzo
domenica, 10 aprile 2005

Renoir

Un materasso amaranto, un piede che spunta da sotto una coperta, profumo di lavanda dalla finestra spalancata, e il canto di un uccello da qualche albero lì intorno. Raccolgo la bottiglia vuota e i due bicchieri, e tiro la coperta sul piede, soffermandomi un momento, intenerito da quel piccolo neo che occhieggia sulla pelle bianca.
Juliette si sveglia, mi regala un sorriso assonnato, mormora qualcosa sul tempo. "C'è il sole sui campi", le dico, "Hai ancora voglia di un giro in bici?".
"Prima la colazione", risponde, appesa alle mie dita. "C'è della marmellata nella credenza".
La sua cucina è tutta colorata di ocra, foglie appese alle pareti, un mazzo di fiori secchi in un vaso, i miei fiori, quelli dell'ultima volta che venni in visita in quest'angolo di Francia. Ma è già passato così tanto tempo?
La guardo di spalle mentre indossa una camicia, riconosco la linea dei suoi fianchi, il ventre tondo, è come guardare da una collina il paese in cui sei stato bambino.
Fra questi muri mi sento a casa, la Provenza è il paese dove chiunque vorrebbe invecchiare, coi suoi paesini disegnati ad acquerello, ma forse sono le sue braccia accoglienti che compiono il miracolo, sarebbe lo stesso dovunque, se alla fine del viaggio trovassi sempre lei. Forse dovrei decidere di fare qualcosa.
“Juliette, perché non ci sposiamo?”
Ride, come tutte le volte, dà un morso alla fetta di pane e mi chiede se ho voglia di arrivare fino al ponte romano. Potremmo fermarci a mangiare sui prati, aggiunge.
Forse è il modo in cui lo dico, buttata là come se parlassi del programma di un fine settimana.. certo, se nascondessi un anello in una pagnotta e glielo servissi a colazione mi prenderebbe più sul serio.. forse è perché non lo sono per niente, serio, in fondo non lo desidero davvero, e lo capisce fin troppo lei, che non parla molto ma sa guardare bene dentro le persone.
“È presto per cominciare ad invecchiare”, mi ha detto la prima volta che le ho proposto di venire a vivere con me, “tu devi ancora incontrarla quella che si prenderà il tuo cuore, e non la troverai di certo in questo posto”.
Non fermarsi, non abituarsi, è la sola maniera di crescere. Cerco di ricordarmelo quando la guardo e penso che fra qualche ora dovrò salutarla, per un tempo che ancora non conosco, ogni volta potrebbe essere l’ultima.
Ma non è ancora il momento dei commiati, Juliette ha raccolto i capelli neri in un fazzoletto, mette lo zaino in spalla e mi aspetta sulla porta. È bella e rara come la pioggia in una giornata di sole. Non abituarsi, dice. Su questo sono già a buon punto, non mi ci abituerò mai.

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mercoledì, 13 aprile 2005

Spassky 2

Ora voi vi chiederete chi possa essere questo strano tipo, con un nome così potrebbe essere un supereroe come un vigile.. Per quelli a cui non frega niente di sapere chi sia Mario il Cavaliere Solitario, perché hanno comprato questo libro convinti che fosse un manuale di scacchi, e adesso non vedono l’ora di arrivare in fondo, e andarsi a comprare un manuale di scacchi, faccio presente che la storia prosegue senza intoppi al capitolo 3. E che i manuali di scacchi si trovano nel settore Giochi e Passatempi, non in Marsupiali.
 
…Marsupiali? Quale libreria possiede un settore Marsupiali? E chi ci ha messo il mio romanzo? Lo sapevo, dovevo farmi pubblicare da Feltrinelli!!
 
Mario Tenia, trentacinquenne alto, bel fisico derivante da una lunga militanza nella locale squadra di briscola, è un turista di Vigevano in visita a Spassky, cui scadde il permesso di sog­giorno. Siccome non aveva visitato neanche due quadrati (su Spassky il permesso di soggiorno è di due ore e quarantacinque minuti. Cinquantatré per le donne incinte), si rivolse alla sua agenzia, la Carotenuto Immobiliare, l'unica agenzia che organizza viaggi su questo mondo, per ottenere una proroga.
La signorina dell'agenzia non capì e gli procurò dapprima una piroga, poi una pagoda e infine Paperoga in persona, direttamente dal Quadrato Disney.
 
Rassegnato a non poter restare le­galmente Mario rubò un cavallo e prese a girovagare per il pianeta, inseguito da Polizia, Carabi­nieri, NOS, DIGOS, Guardia di Finanza, metronotte, vigili urbani, Giovani Marmotte e dal proprie­tario del cavallo, furibondo, nonostante gli avesse lasciato, come risarcimento, Paperoga.
Nei primi tempi a Spassky, Mario si limitò a fare il turista, con tutta la dotazione d’ordinanza, zainetto Invicta e maglietta I © Spassky, consultando la sua brava guida “turisti a Spassky in 24 ore, in 30 vi insegniamo anche a suonare la chitarra” e consumando videocassette su videocassette di monumenti e paesaggi, già pregustando il giorno in cui avrebbe invitato gli amici nel suo tinello per mostrare fiero quei chilometri di pellicola. Nel frattempo badava a non incappare nelle forze del­l'ordine, sempre sulle sue tracce.
Ma il destino era in agguato, Mario dovette diventare un raddrizzatore di torti, suo malgrado.
 
Tutto cominciò un giorno, nel Quadrato Del Vecchio West, dove era andato a far ferrare il cavallo dal maniscalco locale, convenzionato con Cartasì. Il paese si chiamava Spancias City, praticamente l’unico centro abitato al centro di una prateria polverosa.
Mario stava seduto nel saloon del vecchio John Coltreno, a sorseggiare una birra che faceva rimpiangere il frigorifero, quando entrò un tipo poco raccomandabile.
Gli avventori ammutolirono, chi giocava a carte si alzò e corse fuori, chi non giocava si sedette a cominciare una partita, così da poterla interrompere e fuggire a sua volta, i tre seduti al banco si fionda­rono al gabinetto, il barista e la cameriera si diedero da fare per smontare alla svelta l'enorme spec­chio dietro la cassa. In breve il saloon si svuotò, eccetto Mario, che continuava a bere al suo tavolo nell'angolo, molto preso dall'ultimo numero di Tex Vile, un giornale molto in voga in quella regione.
Il nuovo arrivato si piazzò di fronte a lui e lo sovrastò con i suoi due metri e dieci per uno e cin­quanta. Appese al cinturone pendevano due pistole che ad una prima occhiata dovevano essere ca­libro 95, e un coltellaccio che gli arrivava al ginocchio.
 
-         Quello è il mio tavolo –
 
Mario non si scompose, alzò lo sguardo sull'energumeno e rispose:
 
-         Ci sono due sedie. Accomo­dati.
 
Il pistolero non si aspettava una reazione che non fosse la fuga, e rimase interdetto un momento, quindi rovesciò il tavolo ed estrasse un cannone.
 
-         Hai tre secondi per alzarti a partire da tre secondi fa.
 
Questa volta Mario si scompose.
Nei pantaloni.
 
Alle spalle del gringo qualcuno decise di avere vissuto abbastanza:
 
-         Wild Bill Pulaster, butta la pistola!
 
Un cow-boy vestito di nero, con una stella sul petto, puntava la sua arma contro il bandito, che lo apostrofò:
 
- Sparisci Decker, cerca di restare sceriffo almeno per un mese!
- Billino, butta quella pistola se non vuoi diventare cibo per vermi!
 
Tutte quelle frasi da western di serie B avevano annoiato Mario, non essendo più il nuovo gio­chino del cattivone saltò su dalla sedia e corse a mettersi della biancheria pulita.
Al suo ritorno la situazione era precipitata, i due cowboys si stavano sparando da dietro i tavoli e Pulaster era ferito al volto.
Gli fu subito chiaro da che parte schierarsi, Mario era sempre stato un fulgido esempio di rettitudine. Ma Wild Bill stava calpestando il suo giornalino!! Nessuno poteva camminargli sui giornaletti, nemmeno un pistolero ipertrofico come quello!
Prese la prima cosa che gli capitò fra le mani e la scagliò sulla schiena del bruto, ma questo non se ne accorse neanche.
Lo notò invece lo sceriffo, che si mise a gridare: "Ehi, quella è la foto di mia sorella! Dove l'hai trovata?"
Mario riprovò con una sedia, e questa volta Pulaster parve accusare il colpo.
Allora gli tirò un tavolino, ma quello non cadeva.
Ebbe ragione di lui quando lo investì con il pianoforte, ma ci volle tutta.
Lo sceriffo Decker arrestò il bandito e ringraziò Mario, invitandolo a restare per alcuni giorni.
Fu l’inizio di una grande amicizia, e quando Tenia lasciò la cittadina si era già sparsa la voce dell'episodio nelle regioni circostanti.
Ormai era nata una leggenda.

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lunedì, 18 aprile 2005

Verdon 3

Cinque minuti dopo eravamo tutti stesi a prenderci gli ultimi scampoli di sole, sulla spiaggia più rachitica che avessi mai visto, ma stanchi come eravamo ci sembrava i Caraibi.
Davanti a noi, in mezzo al lago, un isolotto molto invitante ci occludeva la vista dell’altra sponda.
Gabriele, che aveva uno spirito intraprendente, o forse era solo più stronzo degli altri, mi lanciò la proposta:
 
“Perché non ci andiamo a nuoto? Saranno duecento metri, non di più”.
“E se mi morde uno squalo?”
“Non ci sono squali nei laghi”
“E se mi morde una tinca?”
“Cos’hai da perdere? Non hai detto che tutto quello che possiedi è nella borsa che hai in tenda?”
 
Aveva ragione, l’avevo detto, più o meno dopo che avevamo seminato la Polo targata Roma, ma non mi era sembrato che qualcuno mi avesse dato ascolto.
 
“Vorrei poterla rivedere, quella borsa.”
 
Però l’idea mi tentava, mi buttai in acqua e cominciai ad allontanarmi dalla riva con poderose bracciate. Gabriele mi seguiva a fatica, fermandosi ogni due o tre a prendere fiato. Non aveva il mio allenamento, il pivello.
In pochi minuti raggiunsi l’isolotto e mi sedetti ad aspettare il mio compagno, ostentando tutta la sfrontatezza di cui ero capace.
Cinque minuti dopo Gabriele approdò sulla spiaggia, e dovette sbracciarsi per avvisare quelli dall’altra parte che mi venissero a recuperare, ero svenuto.
Non fu il momento più elevato della vacanza, ma neanche il più basso, come scoprii l’indomani, quando risalimmo il canyon fino a Castellane. Avevamo saputo che delle agenzie del luogo organizzavano “avventurose discese fra le rapide del Verdon”, e non ci sembrava vero poterci confrontare con un’impresa no limits da pubblicità degli orologi.
 
Un losco organizzatore di divertimenti acquatici ci convinse a comprare un pacchetto comprendente discesa guidata in canoa del Verdon e trasbordo alla base, sita nei pressi. Non avevamo la minima idea di come si governasse una canoa, in quattro possedevamo l’esperienza sportiva di un focomelico, io ero quasi morto neanche ventiquattro ore prima, ma il gestore dell’agenzia era un buon venditore, o forse nessuno sapeva abbastanza bene il francese da ribattergli di non rompere le palle, fatto sta che ci ritrovammo di lì a due ore su un prato, in mezzo a dei rasta muscolosi e cannaioli che ci buttavano in mano delle mute da sub sgangherate, giubbetti di salvataggio che dovevano avere visto tempi migliori e caschetti certamente rubati in qualche cantiere. La nostra guida si rivelò essere un ometto tozzo, con una pancia che non lo classificava fra gli atleti della nazionale francese di canoa, piuttosto fra i partecipanti di una gita premio Weight Watchers. Gabriele propose di risalire in macchina e scappare, Stefano, ben più attaccato al denaro, lo indusse alla ragione a schiaffi. Alessandro non parlava già da un po’, osservava l’assistente del panzone, una ragazza magrina, che poco più in là indossava la muta sopra un fisico troppo proporzionato perché nessuno la notasse. Guardandomi in giro mi resi conto che l’avevano notata tutti, tranne Gabriele che continuava a lamentarsi.
 
La guida non parlava italiano, ci aveva presi per dei cecoslovacchi; ci spiegò a gesti che avremmo dovuto salire sul pulmino, che era quella cosa scassata laggiù in fondo che tutti avevamo preso per un cassonetto. Era un vecchio fiat 900 con le portiere aperte, non per far prima, ma perché proprio non si chiudevano. Le gomme non erano neanche più lisce, vertevano decisamente sul trasparente, i fari se li dovevano essere venduti da qualche mese, e adesso due orbite buie sfoggiavano il marroncino elegante della ruggine antica. Gabriele riprese a dire “raga, andiamocene!”, ma ormai era tardi, i rasta fumati ci avevano circondati, e non avevano l’aria di volerci lasciare liberi tanto facilmente. Avevano trovato le loro vittime, adesso si sarebbero divertiti.
Salimmo a bordo e fra preghiere, gemiti e qualche bestemmia sussurrata, la guida cicciona ci menò sani e salvi al torrente. Non era per niente confortante, avevamo percorso duecento metri su un rettilineo, ed eravamo riusciti a fare il pelo a due macchine che venivano in senso opposto.
 
Sul fiume c’era pieno di gente, canoisti come noi, gente col gommone da rafting, altri a nuoto, sembrava di essere in coda per il traghetto verso la Sardegna. Ora cominciava la vera difficoltà, nessuno di noi sapeva come tenere una pagaia in mano, le istruzioni del nostro accompagnatore si limitavano ad un “così vai, così no, se pagai di qua vai a sinistra, di qua a destra”. Ci sentivamo tutti alla vigilia di una tragedia.
Stefano e Gabriele occuparono la prima canoa, io e Alessandro la seconda, completavano il gruppo una coppia di italiani maldestri, degli olandesi con la paperella, la guida cicciona e la sua giovane e prosperosa assistente.
Una volta in acqua Alessandro vide la guida indossare il caschetto e salire sul suo monoposto segnato dalle infinite battaglie, e all’improvviso lo riconobbe.

“Cazzo, lo sai chi è quello??”
“La guida più grassa del mondo.. anche se a vederlo sulla canoa non sembra neanche tanto ciccione..”
“Quello è Patrick De Pagaion! Il campione universale di canoa!”
“Quello? Ma piantala!”. Non mi intendevo assolutamente di campioni di canoa, ma se quello era De Pagaion io ero Braccobaldo Bau.
“E’ lui ti dico! Vestito da beone estivo non l’avevo riconosciuto, ma adesso ne sono sicuro!”
Come se ci avesse sentito il pingue atleta partì a razzo fino al centro del torrente, quindi si voltò con una piroetta e ci fece segno di seguirlo. Stava proprio nel mezzo di una forte corrente, come se fosse seduto sul divano di casa sua, mentre noi facevamo il possibile per non speronarci uno con l’altro. Non sapevo se fosse davvero il leggendario De Pagaion, ma certamente in acqua ci sapeva fare.
 
Partimmo in fila indiana, Alessandro estasiato dalle manovre della guida, Stefano e Gabriele in un pericoloso zig zag che disturbava tutti gli equipaggi presenti in quel tratto di torrente, gli olandesi già annegati.
La discesa era meno peggio di quanto sembrasse, e non ci procurò grosse difficoltà. Non avevo tenuto conto, però, della tremenda narcolessia di Alessandro. Nel bel mezzo di un tratto più veloce, forse cullato dalla corrente, forse perché aveva passato tutta la notte a parlare, che alla fine i vicini di tenda tedeschi gli avevano gridato qualcosa di incomprensibile accompagnato da uno scarpone fin troppo eloquente, crollò addormentato, lasciando mezza canoa senza controllo. E proprio in vista di uno scoglio affilato come la lingua di mia sorella quando le presento una fidanzata. Sentivo l’orologio della mia vita ticchettare gli ultimi secondi, e mi trovai a chiedermi se non avessi fatto meglio ad andare a lavorare e ricomprarmi tutto l’arredamento. Va bene mollare tutto e andarsene, ma non intendevo all’altro mondo, porco giuda!

“Alessandro, svegliati cazzo! Siamo morti!”

Niente, lo stronzo dormiva quello che con tutta probabilità sarebbe stato il suo sonno eterno. Beato lui, io invece ero sveglio e avrei dovuto godermi tutti i particolari del trapasso di entrambi, che immaginavo parecchio dolorosi. E bagnati, e non erano neanche passate tre ore dai pasti! Se mi veniva una congestione?
“Se almeno avessi una copia di qualche rivista femminile da leggere, piomberei in catalessi in un paio di secondi e finirebbe tutto senza dolore!”, esclamai, e avvenne il miracolo. Alessandro si tirò su di colpo gridando “Femmine! Dove!”, e si rese conto della situazione.
“Opporcapaletta!”
“Si, siamo morti.”
“Aspetta, fai come faccio io!”, mi gridò, e si mise a compiere uno strano movimento con la sua pagaia, una cosa che non capii bene, di una semplicità estrema, ma nello stesso tempo complicatissima.

Stupito abbozzai un gesto simile, certo di non poter mai ripetere una cosa così complessa, e mentre ero lì che mi preparavo all’urto con le rocce, incredibilmente il movimento di pagaia uscì naturale dalle mie mani, e la canoa riprese il controllo, superò l’ostacolo e scese dolcemente nell’acqua più tranquilla.
Alessandro si voltò e mi squadrò severo: “Non dire a nessuno quello che hai visto!”
Io non avevo la minima idea di cosa fosse successo, e anche la frase perentoria di Alessandro mi lasciò parecchio confuso.
“Scusa, cos’è successo?”
“Ti ho detto di non parlane più, basta!”
“Ma di cosa?”, cascavo proprio dalle nuvole.
“E va bene, hai vinto, ti racconterò tutto.”
 

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